This Day in Ancient History: idus junias

Egyptian alabaster statuette of Alexander the ...
Image via Wikipedia

idus junias

 

Frescoes from the Hypogeum of the Aurelii

Tip o’ the pileus to Adrian Murdoch for alerting us via Twitter to some of the German/Austrian coverage of this very interesting publication of recent restoration of frescoes from the Hypogeum of the Aurelii, which has been under study by a Vatican-associated archaeology team. The fullest coverage is in L’Osservatore Romano … it waxes on about tensions between various religious beliefs as seen in this mid-third century tomb, which has side-by-side depictions of the creation of Adam and Prometheus, scenes from the Odyssey, Heracles in the Garden of the Hesperides, etc.:

Ci sono dei monumenti che «parlano troppo» e che diventano dei grovigli inestricabili di idee, di pensieri, di vie interpretative, per cui gli archeologi e gli storici dell’arte devono affilare le loro armi per sciogliere i nodi più stretti delle teorie che hanno animato committenti e artifices quando è stato concepito il complesso monumentale o la sua decorazione.

È questo il caso dell’ipogeo degli Aureli in viale Manzoni, un monumento sepolcrale, scoperto durante l’allestimento di un garage della Sta, divenuto poi proprietà della Fiat s.p.a., nel settore sud-orientale di Roma, non lontano dalla basilica di Santa Croce in Gerusalemme. La Soprintendenza del tempo eseguì degli scavi sistematici e l’ispettore Goffredo Bendinelli preparò una prima edizione critica del programma decorativo, poi aggiornata dal grande iconografo Joseph Wilpert e Scena omerica col particolare dei compagni di Ulisse svelati dal laserdall’archeologo Orazio Marucchi. Da quel momento, l’ipogeo divenne una vera e propria «palestra» per tutti gli studiosi della storia delle religioni della tarda antichità, che affidarono all’ipogeo, ora una committenza pagana, ora una committenza cristiana, ora una committenza gnostica.

Il programma decorativo, che interessa, infatti, le tre stanze funerarie propone una tematica complessa, difficilmente riconducibile a un unico filone iconografico, ma mostra quella ecletticità tipica del clima multireligioso, che anima l’atmosfera culturale, che dal tempo dei Severi, tra il ii e il III secolo, giunge all’impero di Gallieno, ossia alla fine degli anni Sessanta dello stesso III secolo. Un tempo, questo, percorso da mille problemi di ordine politico, sociale, economico e militare, che trova «rifugio» nel pensiero filosofico e religioso, il quale accoglie nell’ideologia romana le correnti delle nuove credenze e delle forme di fede provenienti dall’Oriente.

Il culto per Mitra, il pensiero giudaico, la filosofia neoplatonica, l’orfismo, il cristianesimo, la gnosi vivono e convivono in una Roma multietnica e multireligiosa, creando anche forme di sincretismo e sovrapposizioni complesse di elaborazioni religiose. Ebbene, l’ipogeo degli Aureli esprime proprio questa complessità di un pensiero elaborato da una classe sociale elevata, ambiziosa, forse appartenente all’entourage dei liberti imperiali e, comunque, pronta a emulare le manifestazioni monumentali dei ranghi più alti e danarosi del tempo.

La tensione verso l’autorappresentazione suggerisce a questa famiglia, così in vista nella Roma del tempo, di decorare il proprio monumento funerario con i temi che, pur non dimenticando le consuetudini iconografiche della cultura ellenistica e della tradizione romana, aprono le porte a un nuovo immaginario, sospeso tra vita quotidiana e un mondo beato, tranquillo, quieto, proiettato nell’aldilà.

Questo felice locus amoenus, di virgiliana memoria, si esprime con molti e diversi espedienti iconografici, che si dislocano nelle pareti dei tre ambienti funerari. Due grandi temi costellano gli affreschi dei tre cubicoli: da una parte, la grande materia filosofica, che propone decine di intellettuali disposti in teorie e muniti di virgae e rotoli della sapienza, dall’altra, l’argomento bucolico, con la rappresentazione di pastori criofori e di un curioso ibrido iconografico, ossia una figura di un pastore-intellettuale, che sembra alludere alla congiunzione dei due temi di base e che vuole rappresentare uno degli Aureli deposti nell’ipogeo.

Nell’iscrizione musiva dedicata da un Aurelius Felicissimus si ricorda la sepoltura dei tre fratelli Aurelius Onesimus, Aurelius Papirius e Aurelia Prima. Ebbene, questi tre defunti vengono rappresentati in un lungo ciclo affrescato, ora come il saggio pastore, di cui si è parlato; ora come un cavaliere che entra in una favolosa città, che si propone come una sorta di oltremondo urbano; ora come un retore al centro di un foro; ora come una commensale di un banchetto celeste. Il ciclo si inserisce in un grande quadro omerico, dove, secondo i primi editori, era rappresentato l’episodio di Ulisse che torna a Itaca e incontra Penelope al telaio tra i Proci. Il recentissimo restauro effettuato con il rivoluzionario uso del laser — che lo scorso anno recuperò il cubicolo degli apostoli a S. Tecla — ha permesso di leggere meglio questa singolare Particolare dei due defuntimegalografia. Nella parte superiore, laddove gli iconografi del passato riconoscevano il palazzo e le greggi di Laerte, è stata scoperta ancora Aurelia Prima che, in segno di lutto, si scioglie i capelli per compiangere i due fratelli morti, sistemati sul letto funebre all’interno di un recinto funerario. Nel settore inferiore — sulla scia di qualche interpretazione del passato — si assiste al momento in cui Ulisse ottiene dalla maga Circe che i compagni, trasformati in porci, tornino a essere uomini. Il racconto, che si dispiega nel x canto dell’Odissea, ben si inserisce nella tematica funeraria del tempo, se si tiene conto che fu proprio Circe a indicare la via di un viaggio nell’Ade al curioso Odisseo. Le nuove scene individuate si calano perfettamente nel sistema multireligioso a cui fa capo il sincretismo elaborato dagli Aureli, che comporta anche due enigmatiche scene dove si può riconoscere sia Prometeo che crea l’uomo ed Eracle nel giardino delle Esperidi, sia la creazione di Adamo e la cacciata dall’Eden. Queste incertezze e queste compresenze ci parlano di un’atmosfera ricca di tensioni ideologiche, che mirano, comunque, a creare una condizione oltremondana, sospesa nel cosmo, in equilibrio tra una sede terrena e una ultraterrena, che prepara l’idea di un altro mondo pronto a rappresentare il paradiso dei cristiani, riservato, in questo caso, a un gruppo privato, a una famiglia d’alto rango. Di lì a poco o negli stessi anni, proprio nella prima metà del III secolo, nascono le catacombe comunitarie destinate alla sepoltura di tutti i fratelli che hanno aderito alla nuova fede. L’ipogeo degli Aureli, in questo contesto, rappresenta un antefatto singolare, fortemente autorappresentativo, di una gens che, senza abbracciare il pensiero cristiano, lo contempla nell’orizzonte multireligioso del tempo.

A couple of small, uncaptioned photos accompany the Osservatore piece. One of the items mentioned by Adrian Murdoch includes this one (not sure how long it will be available):

Nestor 38.5 Now Available

Nestor is an international bibliography of Aegean studies, Homeric society, Indo-European linguistics, and related fields. It is published monthly from September to May (each volume covers one calendar year) by the Department of Classics, University of Cincinnati.

Mysterious Roman Dodecahedra

Here’s something to occupy your weekend … from Fox (who, no doubt, will turn this into a documentary involving aliens):

Can you do what the world’s archaeologists can’t? Can you explain this — thing?

It’s been called a war weapon, a candlestick, a child’s toy, a weather gauge, an astronomical instrument, and a religious symbol — just to name a few. But what IS this mystery object, really?

There are books and websites dedicated to properly identifying it, dissertations dedicated to unveiling the truth, textbooks and class curriculums spent arguing over what its function is. Fans can even “Like” it on Facebook.

Yet the only thing historians will agree on is a name for the odd object: a Roman dodecahedron.

That part was easy, seeing as the mathematical shape of this artifact is a dodecahedron. Best described as a bronze or stone geometric object, it has twelve flat pentagonal faces, each with a circular hole in the middle (not necessarily the same size). All sides connect to create a hollowed out center.

It’s dated from somewhere around the second and third century AD, and has been popping up everywhere in Europe. Archeologists have found the majority of them in France, Switzerland and parts of Germany where the Romans once ruled.

But its use remains a mystery, mostly because the Romans who usually kept meticulous accounts make no mention of it in records. And with sizes varying from 4 to 11 cm, and some bearing decorative knobs, it only gets harder to pinpoint a function.

Speculation among historians has resulted in many different hypotheses, which is as close as we may get to an accurate answer. Few archeologists will even comment on it, because the dodecahedron isn’t defined to a specific cultural area and therefore not their area of expertise. Even the theories that do exist are highly debated among historians.

Plutarch, the famous Greek historian reportedly identified the dodecahedron as a vital instrument for zodiac signs. The twelve sides represent the twelve animals in the circle of the Zodiac, but even this theory comes under contest when the argument of the knobs as decoration is presented.

“My take is that it is yet another piece the use of which we shall never completely sort out even though we are fortunate to have Plutarch’s testimony,” said Andrea Galdy, who holds a Ph.D from the School of Art History and Archaeology at the University of Manchester and is currently teaching Art History in Florence, Italy. Galdy has not come across it in her own work, and does not regard herself as a specialist, but she does have plenty of experience in labeling artifacts.

Bloggers from all over the world are stumped as they argue over the purpose of what the different size holes can be used for, and why they are being discovered all over Europe and not in a concentrated area. One was reportedly found in a woman’s burial ground, leading many to settle on “religious artifact.”

Can you do what archaeologists can’t? Can you help solve the mystery?

As of this writing, there are 244 comments on the Fox article … the article also has a photo of what one of these things looks like. They are rather strange and their purpose is unclear. A quick look through JSTOR yesterday didn’t find many references (a couple of find reports from Britannia or JRS (sorry; didn’t write them down … one was found between the walls of a structure), one mention of an icosahedron) but it doesn’t appear to be something that folks have been worrying about too much. Googling Roman dodecahedron will bring up a pile of sites giving essentially the same info as the Fox article. Overall, though, they might not be specifically *Roman* — one of the pages which makes a guess includes a map of findspots, and most of them are UK/Northern Europe … possibly coinciding with Roman military sites (another suggestion which I read in passing yesterday).

What I find intriguing about these things — if you look at the pictures — is that they seem designed to be set on a surface and be stable thereon, and that the hole size seems to vary from dodecadron to dodecahedron. Even within specific dodecahedra, there seems to be varying hole sizes. To me, that suggests they’re being used to sort/strain something. Olives? Salt crystals? Maybe they’re just decorative …